Ocean

dal 11 ott 2024 al 27 apr 2025

Le istituzioni culturali rivestono oggi un ruolo di primaria importanza nel sostenere la ricerca, la produzione artistica e l’educazione ambientale, contribuendo in maniera significativa alla costruzione di un futuro più equo e sostenibile, tanto per il pianeta quanto per le generazioni che lo abiteranno.

Musei, archivi e università affrontano la questione del cambiamento climatico attraverso strategie molteplici, che spaziano dalle mostre temporanee alle installazioni di arte contemporanea — talvolta realizzate con materiali ecocompatibili — fino a progetti pedagogici articolati in laboratori, lezioni, workshop e conferenze. In numerosi casi, tali approcci convergono in iniziative transdisciplinari complesse, capaci di attivare un dialogo fecondo tra pratiche artistiche ed ecologia.

In particolare, musei e spazi espositivi promuovono la produzione anche di opere site-specific e interventi artistici dal forte valore simbolico, concepiti come strumenti critici in grado di sollecitare consapevolezze e interrogativi sulle trasformazioni ambientali in atto. Le esposizioni che si confrontano con queste urgenze non si limitano a rappresentare gli scenari della crisi climatica, ma propongono esperienze percettive e concettuali stratificate, offrendo diversi livelli di lettura e coinvolgimento, modellati dalla sensibilità degli artisti e dalle scelte curatoriali. Se il cambiamento climatico costituisce una minaccia tangibile anche per la conservazione del patrimonio culturale, l’arte contemporanea si configura come un dispositivo di consapevolezza pubblica e un potenziale motore di mobilitazione collettiva.

È in questo orizzonte che si colloca la mostra Ocean  presentata dal Louisiana Museum of Modern Art e curata da Tina Colstrup, un progetto espositivo che intreccia passato e presente, arte e scienza, interrogando la nostra relazione con l’oceano attraverso una prospettiva ecocritica e postumanista. Alla base dell’impianto teorico della mostra si riconosce l’influenza del pensiero di autrici come Donna Haraway e Rosi Braidotti, che mettono in discussione l’antropocentrismo e propongono visioni fondate sulla coappartenenza tra specie e sulla responsabilità condivisa nei confronti del vivente. Come ogni altra forma di vita, anche l’essere umano trae origine dal mare, elemento primordiale che evoca simultaneamente desiderio e timore, attrazione ma anche nostalgica perdita.

Pur occupando oltre il 70% della superficie terrestre, l’oceano rimane ampiamente assente dalla nostra esperienza quotidiana: esso si presenta come un’entità al tempo stesso fisica e simbolica, che sfugge alla piena comprensione e resiste alla rappresentazione. All’interno della mostra, l’oceano viene interpretato come archivio fluido di memorie e immaginari segnato da rotte coloniali, migrazioni forzate e conflitti geopolitici, ma anche come ecosistema vulnerabile, sottoposto a pressioni estrattive, inquinamento e devastazione ambientale.

Il percorso espositivo si articola in tre sezioni tematiche che delineano un itinerario critico e immersivo, in cui il linguaggio visivo si confronta con la scienza, la storia dell’arte e le sfide del presente.

La prima sezione è dedicata al rapporto tra arte e scienza, esplorando le profondità marine attraverso opere che coniugano estetica e conoscenza empirica, come Aphotic Zone (2022) di Emilija Škarnulytė, un’installazione video che intreccia immagini digitali di un futuro sommerso a riprese documentarie di meduse bioluminescenti, oppure i raffinati modelli in vetro di invertebrati marini realizzati tra il 1866 e il 1889 dai maestri boemi Leopold e Rudolf Blaschka, commissionati per l’Università di Rostock e oggi testimonianza preziosa di una visione estetico-scientifica ottocentesca. Questa sezione evoca, sin dalle prime sale, l’immaginario della Wunderkammer, dove oggetti naturali e artificiali, arte e scienza, si combinavano in una raccolta meravigliosa e speculativa, rivelando la volontà di ordinare e al tempo stesso stupire attraverso la contemplazione dell’ignoto. Lungi dall’essere un semplice contenitore di curiosità, la camera delle meraviglie si configura come un modello conoscitivo premoderno, in cui l’esperienza estetica si intreccia con l’indagine naturalistica e la classificazione enciclopedica.

La seconda sezione affronta la rappresentazione del mare come luogo mitologico e sublime, privilegiando la tradizione occidentale — pur includendo opere di importanti maestri giapponesi del XIX secolo come Utagawa Kuniyoshi, Hiroshige e Kunisada, mentre resta sorprendentemente assente ogni riferimento alla mitologia norrena, a favore di una più canonica matrice greco-romana — e propone un’iconografia del paesaggio marino come spazio dell’ignoto e sede di forze naturali inafferrabili, attraverso opere di Caspar David Friedrich, Peder Balke, August Strindberg, ma anche delle incisione a bulino di Andrea Mantegna che restituiscono i temi classici delle Zuffa di dei marini , e sculture antiche di divinità marine risalenti al I secolo a.C., recuperate dal fondo del mare e segnate dall’azione erosiva del tempo e degli organismi acquatici, in un’interazione tra stratificazione storica e biologica che dissolve i confini tra artificio e natura. La terza e ultima sezione si concentra infine sull’oceano nell’era dell’Antropocene, analizzando l’impatto delle attività umane sui mari attraverso opere che documentano gli effetti della globalizzazione, della pesca industriale e dell’economia estrattiva, come Vertigo Sea (2015) di John Akomfrah, un’opera video di forte impatto visivo e politico, che intreccia materiali d’archivio e nuove riprese per riflettere sul mare come spazio di migrazione, sfruttamento e memoria storica. Ispirato a Moby Dick e Whale Nation, il film esplora le relazioni tra esseri umani e natura, denunciando le violenze ambientali e coloniali. Attraverso un montaggio frammentario, tipico della sua “estetica del riciclo”, Akomfrah trasforma l’oceano in una metafora delle identità in transito e delle economie morali che regolano il nostro rapporto con il pianeta. In mostra anche Fish Story di Allan Sekula, e le  installazioni come Zoodram 2 di Pierre Huyghe e As Close As We Get (2022) del collettivo danese Superflex propone una riflessione ecologica e relazionale sull’interazione etica tra esseri umani e altre forme di vita, spostando progressivamente l’attenzione dal concetto di Antropocene, coniato da Paul Crutzen, a quello di Capitalocene formulato da Jason W. Moore. Questo slittamento critico è condiviso da studiosi come T.J. Demos che, nel saggio Against the Anthropocene: Visual Culture and Environment Today, contesta l’idea di una responsabilità umana generalizzata nei confronti della crisi climatica, evidenziando invece il ruolo determinante delle élite economiche e delle grandi corporazioni. Secondo Demos, anche la cultura visiva contemporanea rischia di legittimare un’economia politica antropocentrica e neoliberale, promuovendo soluzioni tecnologiche rischiose come la geoingegneria. 

Infine ci si trova davanti a opere come quella di Susan Hiller, che presenta in maniera schematica una serie di cartoline raffiguranti mari in tempesta, collezionate dall’artista a partire dagli anni Settanta fino al 2019, componendo un insolito archivio visivo. Recuperate nei negozi turistici delle città costiere, queste immagini trasformano il paesaggio marino in un emblema dell’identità britannica, filtrato attraverso uno sguardo popolare e commerciale. In esse sopravvive, in versione attenuata e ripetitiva, il riflesso della potenza naturale cara all’estetica romantica del sublime ottocentesco, ora resa familiare e innocua dal formato cartolina. Non può mancare, e anzi apre simbolicamente la mostra, il gesto eroico e poetico di Bas Jan Ader, che nel 1975 scomparve nell’Atlantico mentre tentava di attraversarlo in solitaria su una piccola barca a vela, nella seconda parte del suo progetto In Search of the Miraculous. Spesso letto attraverso la lente del romanticismo tragico, il lavoro di Ader si configura invece come una riflessione concettuale e analitica sui miti del sublime, attraversati con lucidità e struggente tensione esistenziale.

A differenza di molte operazioni artistiche di stampo apertamente militante, Ocean adotta una postura meditativa e non assertiva, rifiutando i toni della retorica per favorire una poetica dell’interdipendenza, in cui la questione ecologica emerge attraverso gesti sottili, atti di ascolto radicale e dispositivi di senso capaci di attivare uno sguardo critico e sensibilmente partecipato.