Le istituzioni culturali rivestono oggi un ruolo di primaria importanza nel sostenere la ricerca, la produzione artistica e l’educazione ambientale, contribuendo in maniera significativa alla costruzione di un futuro più equo e sostenibile, tanto per il pianeta quanto per le generazioni che lo abiteranno.
Musei, archivi e università affrontano la questione del cambiamento climatico attraverso strategie molteplici, che spaziano dalle mostre temporanee alle installazioni di arte contemporanea — talvolta realizzate con materiali ecocompatibili — fino a progetti pedagogici articolati in laboratori, lezioni, workshop e conferenze. In numerosi casi, tali approcci convergono in iniziative transdisciplinari complesse, capaci di attivare un dialogo fecondo tra pratiche artistiche ed ecologia.
In particolare, musei e spazi espositivi promuovono la produzione anche di opere site-specific e interventi artistici dal forte valore simbolico, concepiti come strumenti critici in grado di sollecitare consapevolezze e interrogativi sulle trasformazioni ambientali in atto. Le esposizioni che si confrontano con queste urgenze non si limitano a rappresentare gli scenari della crisi climatica, ma propongono esperienze percettive e concettuali stratificate, offrendo diversi livelli di lettura e coinvolgimento, modellati dalla sensibilità degli artisti e dalle scelte curatoriali. Se il cambiamento climatico costituisce una minaccia tangibile anche per la conservazione del patrimonio culturale, l’arte contemporanea si configura come un dispositivo di consapevolezza pubblica e un potenziale motore di mobilitazione collettiva.
È in questo orizzonte che si colloca la mostra Ocean presentata dal Louisiana Museum of Modern Art e curata da Tina Colstrup, un progetto espositivo che intreccia passato e presente, arte e scienza, interrogando la nostra relazione con l’oceano attraverso una prospettiva ecocritica e postumanista. Alla base dell’impianto teorico della mostra si riconosce l’influenza del pensiero di autrici come Donna Haraway e Rosi Braidotti, che mettono in discussione l’antropocentrismo e propongono visioni fondate sulla coappartenenza tra specie e sulla responsabilità condivisa nei confronti del vivente. Come ogni altra forma di vita, anche l’essere umano trae origine dal mare, elemento primordiale che evoca simultaneamente desiderio e timore, attrazione ma anche nostalgica perdita.
Pur occupando oltre il 70% della superficie terrestre, l’oceano rimane ampiamente assente dalla nostra esperienza quotidiana: esso si presenta come un’entità al tempo stesso fisica e simbolica, che sfugge alla piena comprensione e resiste alla rappresentazione. All’interno della mostra, l’oceano viene interpretato come archivio fluido di memorie e immaginari segnato da rotte coloniali, migrazioni forzate e conflitti geopolitici, ma anche come ecosistema vulnerabile, sottoposto a pressioni estrattive, inquinamento e devastazione ambientale.
Il percorso espositivo si articola in tre sezioni tematiche che delineano un itinerario critico e immersivo, in cui il linguaggio visivo si confronta con la scienza, la storia dell’arte e le sfide del presente.
La prima sezione è dedicata al rapporto tra arte e scienza, esplorando le profondità marine attraverso opere che coniugano estetica e conoscenza empirica, come Aphotic Zone (2022) di Emilija Škarnulytė, un’installazione video che intreccia immagini digitali di un futuro sommerso a riprese documentarie di meduse bioluminescenti, oppure i raffinati modelli in vetro di invertebrati marini realizzati tra il 1866 e il 1889 dai maestri boemi Leopold e Rudolf Blaschka, commissionati per l’Università di Rostock e oggi testimonianza preziosa di una visione estetico-scientifica ottocentesca. Questa sezione evoca, sin dalle prime sale, l’immaginario della Wunderkammer, dove oggetti naturali e artificiali, arte e scienza, si combinavano in una raccolta meravigliosa e speculativa, rivelando la volontà di ordinare e al tempo stesso stupire attraverso la contemplazione dell’ignoto. Lungi dall’essere un semplice contenitore di curiosità, la camera delle meraviglie si configura come un modello conoscitivo premoderno, in cui l’esperienza estetica si intreccia con l’indagine naturalistica e la classificazione enciclopedica.
La seconda sezione affronta la rappresentazione del mare come luogo mitologico e sublime, privilegiando la tradizione occidentale — pur includendo opere di importanti maestri giapponesi del XIX secolo come Utagawa Kuniyoshi, Hiroshige e Kunisada, mentre resta sorprendentemente assente ogni riferimento alla mitologia norrena, a favore di una più canonica matrice greco-romana — e propone un’iconografia del paesaggio marino come spazio dell’ignoto e sede di forze naturali inafferrabili, attraverso opere di Caspar David Friedrich, Peder Balke, August Strindberg, ma anche delle incisione a bulino di Andrea Mantegna che restituiscono i temi classici delle Zuffa di dei marini , e sculture antiche di divinità marine risalenti al I secolo a.C., recuperate dal fondo del mare e segnate dall’azione erosiva del tempo e degli organismi acquatici, in un’interazione tra stratificazione storica e biologica che dissolve i confini tra artificio e natura. La terza e ultima sezione si concentra infine sull’oceano nell’era dell’Antropocene, analizzando l’impatto delle attività umane sui mari attraverso opere che documentano gli effetti della globalizzazione, della pesca industriale e dell’economia estrattiva, come Vertigo Sea (2015) di John Akomfrah, un’opera video di forte impatto visivo e politico, che intreccia materiali d’archivio e nuove riprese per riflettere sul mare come spazio di migrazione, sfruttamento e memoria storica. Ispirato a Moby Dick e Whale Nation, il film esplora le relazioni tra esseri umani e natura, denunciando le violenze ambientali e coloniali. Attraverso un montaggio frammentario, tipico della sua “estetica del riciclo”, Akomfrah trasforma l’oceano in una metafora delle identità in transito e delle economie morali che regolano il nostro rapporto con il pianeta. In mostra anche Fish Story di Allan Sekula, e le installazioni come Zoodram 2 di Pierre Huyghe e As Close As We Get (2022) del collettivo danese Superflex propone una riflessione ecologica e relazionale sull’interazione etica tra esseri umani e altre forme di vita, spostando progressivamente l’attenzione dal concetto di Antropocene, coniato da Paul Crutzen, a quello di Capitalocene formulato da Jason W. Moore. Questo slittamento critico è condiviso da studiosi come T.J. Demos che, nel saggio Against the Anthropocene: Visual Culture and Environment Today, contesta l’idea di una responsabilità umana generalizzata nei confronti della crisi climatica, evidenziando invece il ruolo determinante delle élite economiche e delle grandi corporazioni. Secondo Demos, anche la cultura visiva contemporanea rischia di legittimare un’economia politica antropocentrica e neoliberale, promuovendo soluzioni tecnologiche rischiose come la geoingegneria.
Infine ci si trova davanti a opere come quella di Susan Hiller, che presenta in maniera schematica una serie di cartoline raffiguranti mari in tempesta, collezionate dall’artista a partire dagli anni Settanta fino al 2019, componendo un insolito archivio visivo. Recuperate nei negozi turistici delle città costiere, queste immagini trasformano il paesaggio marino in un emblema dell’identità britannica, filtrato attraverso uno sguardo popolare e commerciale. In esse sopravvive, in versione attenuata e ripetitiva, il riflesso della potenza naturale cara all’estetica romantica del sublime ottocentesco, ora resa familiare e innocua dal formato cartolina. Non può mancare, e anzi apre simbolicamente la mostra, il gesto eroico e poetico di Bas Jan Ader, che nel 1975 scomparve nell’Atlantico mentre tentava di attraversarlo in solitaria su una piccola barca a vela, nella seconda parte del suo progetto In Search of the Miraculous. Spesso letto attraverso la lente del romanticismo tragico, il lavoro di Ader si configura invece come una riflessione concettuale e analitica sui miti del sublime, attraversati con lucidità e struggente tensione esistenziale.
A differenza di molte operazioni artistiche di stampo apertamente militante, Ocean adotta una postura meditativa e non assertiva, rifiutando i toni della retorica per favorire una poetica dell’interdipendenza, in cui la questione ecologica emerge attraverso gesti sottili, atti di ascolto radicale e dispositivi di senso capaci di attivare uno sguardo critico e sensibilmente partecipato.
manipolazione analogica reperti danesi, processo di realizzazione elementi per identità visiva ART.it
VALUTAZIONE D'IMPATTO, scritta il 27/03/25.
4 giorni al Louisiana, 7 giorni in Danimarca, 6 notti con persone e 4 giorni per metabolizzare. Le mie parole: Cycle. Start. Build on. Ethics. Value of being. Questa esperienza non mi ha solo arricchita, mi ha compromessa. Pensavo che le cose sarebbero cambiate solo con un moto che parte dal basso, invece le istituzioni possono essere sovversive, possono pensare differente. Lo spazio mentale che occupa il museo è più vasto dell'intera struttura. Ancor più vasto è lo spazio di pensiero che lascia ai visitatori. Non so se questi ultimi siano davvero coscienti dei cambiamenti che innesta questo luogo, forse è una coscienza inconsapevole. É un luogo di nascita, non di scoperta, dove le riflessioni si innescano reciprocamente in un ciclo che ricomincia incessante, dove anche i valori più universali, come le etiche, vengono continuamente rilanciati verso nuovi sviluppi, dove al centro si posiziona il valore dell'essere.
Una scoperta del territorio francese e della bellissima zona della residenza, con il piacere di conoscere gli artisti e tutti i collaboratori.
Piedi scalzi, caldo bollente, mostri di metallo e immensi campi di monocolture di grano mi accolgono in questo nuovo mondo.
È il primo giorno e sa già come di una brusca frenata alla routine quotidiana. Qui si respira un'aria diversa, è uno stile di vita a me sconosciuto ma interessante da scoprire.
Entrando per la prima volta nella sala da pranzo, c’è molta luce: le pareti bianche riflettono la luce che arriva dalle ampie finestre. Ci sono tre tavoli e oggi mi sono seduta dove, davanti a me, vedo la cucina in cui tre chef stanno lavorando e dei piatti appesi alla parete, gli stessi da cui mangiamo.
Siamo partiti pieni di entusiasmo, voglia di collaborare e lavorare insieme, in vista della residenza di due settimane. Il tragitto dall’hotel a Le Mulins era di circa 20 minuti, durante i quali era normale ammirare il paesaggio dalla campagna, e immergersi direttamente nella natura. Ricordo un forte odore della piantagione di mais che mi ha subito riportata alla mia città natale in Brasile.
Arrivati nella sede della residenza, siamo stati guidati negli spazi di Les Mulins da Lucy. La sede si trovava anch’essa immersa nella natura, con delle opere che ci hanno dato il benvenuto. Tra le varie strutture sparse, abbiamo trovato anche degli spazi dedicati alla Galleria Continua. L’idea di “un villaggio per artisti” - con zona bar per il periodo estivo, ateliers, sala di riposo, magazzino - è una delle cose che mi hanno decisamente colpita di più sapendo che, da lì in poi, questo spazio sarebbe stato messo a nostra disposizione.
In seguito, in presenza di Lucy e Jorge Orta e dei loro assistenti/tirocinanti, abbiamo partecipato a un buffet di benvenuto allestito all’esterno, nei pressi della casa degli artisti. È stato un momento molto bello, dove ho potuto condividere riflessioni, disagi e pensieri con Jorge, sul continente di provenienza che abbiamo in comune. Verso le 20:00 ci siamo avviati verso la cena. Anche in questo spazio si respirava un’atmosfera di creatività: opere esposte all’ingresso, sulle scale e alle pareti. Anche i piatti comunicavano un messaggio con simboli e colori. A fianco del coltello c’era persino una matita, e i centrotavola contenevano dei semi, con un’etichetta la cui dicitura invitava a piantarli per creare nuove vite.
Al ritorno, risate, musica e chiacchiere assieme alle mie compagne, tutte speranzose per il secondo giorno di residenza. Il tutto è stato accompagnato dal paesaggio di campagna che, con il tramonto, ha assunto un significato di beatitudine e felicità per questa opportunità di residenza.
[Questi testi] nascono dalla raccolta e dal montaggio di discorsi fatti con alcuni artisti. Ma i discorsi non sono nati come materiale di un [testo]: essi rispondono al mero bisogno di intrattenersi con qualcuno in modo largamente comunicativo e umanamente soddisfacente. Questo [testo] è composto di brani montati liberamente in modo da riprodurre una specie di convivio, reale per me che l’ho vissuto, anche se non si è svolto nell’unità di tempo e di luogo. Lonzi Carla, Autoritratto, Abscondita, Milano, 2017, pp.11-13
Accoglienza, amore e Tito ha cucinato.
Tutto questo nella casa in campagna che mi ricorda molto la mia infanzia in campeggio.
30.06 Che viaggio stancante. Ieri sera non sono riuscita a dormire e stamattina la fatica si fa sentire. Arrivati a Les Moulins, mi innamoro subito del posto: isolato. Il nostro gruppo chiacchiera senza sosta. Tante voci diverse, intrecciate tra loro, da cui capto frammenti di vite, che bello farsi gli affari degli altri. Io parlo poco, ma il vino è buono. Si prospettano due lunghe settimane. Tito cucina per tutti: fantastico.
Il 30 Giugno è il giorno in cui siamo arrivati in Francia.
La maggior parte della giornata è stata rubata dalle tempistiche e necessità del viaggio.
Abbiamo avuto il nostro primo appoccio con Les Moulins, i suoi spazi e le persone.
È stato un giorno sicuramente stancante, ma comunque estremamente carico di un’energia generativa iniziale.
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C'è tanto da fare ma c'è molto che si può fare.
Nella mia utopia l'arte di ognuno abbraccia il mondo.
Dopo un volo all’alba e un check-in d’hotel un po’ complicato, siamo finalmente arrivati a Les Moulins, un’ex fabbrica immersa in splendidi campi.
Lucy e Jorge ci hanno mostrato gli studi e gli edifici del complesso, spiegandone le funzioni.
Le installazioni nel parco erano molto interessanti.
La forma di “The Meal” non è nuova per la mia cultura, ma vederla reinterpretata in un altro contesto è stato curioso. I dolci e la frutta erano davvero squisiti.
Inizio ad ambientarmi al meccanismo di come si svilupperanno le giornate. Iniziano i dialoghi, le domande e i primi confronti con i professori.
Usare l’immaginazione per costruire nuovi futuri può significare creare le basi, e dunque un progetto, per una reale comunità senza regole o confini, attraverso modalità di pensiero realistiche. Per provare a cambiare le cose dobbiamo iniziare a muovere un passo alla volta, con pazienza, perché se messi a confronto con il mondo siamo insetti. Iniziamo unendo una piccola rete all’altra, per poi ampliarla.