La festa è finita. Ho imparato tanto e questo tanto ha creato dubbi che neanche immaginavo di poter avere. Sento di aver capito di sapere molte meno cose di quante immaginassi.
Questa esperienza mi ha regalato molto: dalle nozioni apprese ai pensieri e alle idee nate in questo luogo, fino al rapporto con i compagni, che cresce sempre di più, ai dialoghi con le tutor e ai momenti intensi passati insieme. È stata sicuramente un’esperienza che mi ha lasciato qualcosa che sta continuando a crescere.
È stata una residenza piena di stimoli. Sono stati trattati alcuni temi che già esistono nel mio quotidiano, come la comunità e il vivere insieme alla natura, come se fosse un individuo. Tuttavia, sono arrivata qui con una visione molto estremista della realtà, che mi porta sempre a pensare di voler creare un cambiamento netto nella società, un cambiamento, nell’effettivo, troppo utopistico. Ho visto dell’utopia, soprattutto in Antarctica di Lucy Orta. In questo lavoro, l’artista crea un immaginario di una comune senza confini, ma io continuo a pensare che creare solamente l’immagine di un sogno non sia abbastanza; oltre a immaginare futuri diversi dal nostro, si dovrebbe agire per crearli. Creare futuri in cui gli individui siano liberi di esprimersi e di essere, futuri sostenibili — nel senso di sopportabili —, futuri in cui la nostra vita non sia comandata dal capitale, bensì dalla necessità di vivere in libertà, senza sfruttamento e oppressione.
Ho però capito che mettere in atto questo cambiamento a livello globale sia pressoché impossibile, in quanto non è una logica imponibile. Ho capito che, per creare cambiamento, è necessario procedere passo dopo passo, attrezzati di moltissima pazienza. Dobbiamo iniziare ad ampliare le nostre vedute e smettere di vedere le cose come giuste o sbagliate; dobbiamo iniziare a comprendere i motivi delle nostre azioni, ma, soprattutto, dobbiamo iniziare ad ascoltare. Così, forse, riusciremo ad avere una nuova visione del mondo, caratterizzato dalla libertà di essere.
Ogni persona ha bisogno di trovare, prima, uno spazio e un tempo da dedicare solamente a se stessa e alla propria mente, che possano poi confluire in una comunità. Così, come le radici delle piante, iniziamo ad unire una piccola rete all’altra.
In questa residenza ho inoltre approfondito un altro concetto a me caro, ossia che la natura non va intesa come oggetto, ma come essere vivente, tanto quanto noi. Se ci pensiamo bene, senza la natura non potremmo esistere, mentre la natura, senza di noi, sarebbe molto più prosperosa; per vivere insieme è necessario trovare una sintonia in cui l’essere umano impara a rispettare la natura e il mondo animale.
Non siamo superiori a niente: siamo solo un piccolo anello di un’enorme catena, ed è importante rendersene conto e accettarlo, senza provare a essere altro. Il problema, purtroppo, è che veniamo soggiogati dalla società che ci governa, estremamente individualista, e come dice Murray Bookchin in Ecologia e Pensiero Rivoluzionario:
“L’idea che l’uomo debba dominare la natura è evidentemente una conseguenza del dominio dell’uomo da parte dell’uomo [...] oggi il parassitismo umano non si limita a danneggiare l’atmosfera, il clima, le risorse idriche, il suolo, la flora e la fauna di una regione: sconvolge praticamente tutti i cicli vitali della natura e rappresenta una seria minaccia per la stabilità dell’ambiente e di tutto il pianeta [...] L’uomo, perciò, può essere descritto come un parassita estremamente nocivo, che minaccia la distruzione del suo ospite — il mondo naturale — e, infine, anche di se stesso. L’uomo ha provocato squilibri non solo nel mondo naturale, ma anche, e soprattutto, nei rapporti con i suoi simili e nelle strutture della società. Gli squilibri del mondo naturale sono la conseguenza degli squilibri del mondo sociale.”
Questa residenza mi ha mostrato che il cambiamento non nasce necessariamente da rivoluzioni immense, ma da minuscole rivoluzioni quotidiane: imparare a condividere il tempo, il cibo, lo spazio; imparare a osservare prima di parlare; imparare che l’altro non è un ostacolo, ma una possibilità.
Ho capito che il cambiamento è lento, ostinato, spesso invisibile, ma comincia da gesti così piccoli da sembrare insignificanti. Eppure, sono questi gesti che aprono varchi.
Siamo fatti per intrecciarci come radici, per creare reti sottili che un giorno potranno sostenere alberi enormi. Siamo fatti per imparare dalla natura e non per dominarla. Siamo fatti per ricordare che la libertà non è individuale, ma condivisa: è un respiro collettivo.
In questa esperienza ho sentito che l’utopia non è un luogo irraggiungibile, ma un movimento interiore che ci spinge a cercare armonia in un mondo che la rifiuta. È un modo di guardare e di stare, più che un obiettivo finale. E forse è proprio questo il senso: non arrivare, ma continuare a camminare, a immaginare, a creare piccole crepe nella realtà per far entrare un po’ di luce.
Così torno a casa con la consapevolezza che la trasformazione non è un’onda che travolge tutto, ma un lento rifluire del mare: tocca la riva, si ritira, ritorna ancora. In questo ritmo antico, forse, c’è già la promessa di un mondo diverso.
Questa esperienza ha avuto un impatto profondo sulla mia crescita personale e professionale. Lavorare come assistente per il fotografo mi ha permesso di mettermi alla prova in un contesto nuovo, scoprendo capacità e lati di me che non conoscevo. Mi ha permesso di sviluppare competenze concrete e una maggiore consapevolezza del mio ruolo all’interno di un processo creativo complesso. Ho imparato quanto siano importanti la precisione, l’organizzazione e la capacità di adattarsi alle esigenze del momento, ma anche come queste si possano unire alla sensibilità artistica. Partecipare attivamente al processo creativo, pur mantenendo un approccio professionale, è stato fondamentale.
Oltre all’aspetto pratico, l’esperienza ha stimolato una profonda riflessione. Questa residenza mi ha portata a ripensare il significato di alcune parole chiave del progetto, in particolare nel contesto artistico, e come possono avere sfumature nuove e talvolta controverse. Proprio queste controversie hanno avuto un ruolo fondamentale, hanno generato dubbi, domande e momenti di confronto importanti.
In definitiva, è stata un’esperienza formativa. Mi ha arricchita non solo dal punto di vista tecnico e professionale, ma anche umano e riflessivo.
Aspetti favorevoli e critici: dalla conoscenza di nuovi artisti che ci hanno fornito stimoli significativi, alla spinta a creare insieme, meno centrale rispetto all’intensità del programma. La comunità si è fortemente unita, e questo rappresenta una crescita.
La esperienza dagli Orta ha avuto sulla mia persona un impatto sia positivo che negativo, suscitando molti stimoli. Durante le due settimane, immagini, richiami, odori e sapori mi hanno attivato ricordi ed emozioni forti che non provavo da tempo. Penso che questa esperienza sia stata molto importante, perchè sono riuscita ad aprire me stessa, dedicandomi alla residenza. In questo modo, sono stata quasi assorbita da tutta l’esperienza e dalle tematiche che abbiamo affrontato. Al ritorno a casa mi capitava spesso di avere quasi delle visioni rispetto a ciò, quindi per me è stato un po’ forte.
Penso di aver imparato molto anche attraverso i miei compagni: da ognuno ho appreso qualcosa che mi ha permesso di crescere personalmente.
Da questa esperienza porto con me più sensibilità e apertura rispetto a certi temi, insieme alla consapevolezza che, a volte, è necessario prendere una pausa, perchè ho assorbito tutto ciò che abbiamo fatto in maniera non sempre positiva.
Quest’esperienza ha avuto sicuramente un impatto significativo su di me. Credo che tutte le esperienze, nel bene e nel male, siano preziose, perché ci formano e ci aiutano a conoscerci meglio. In questo caso, è stata anche una prova, un modo per mettermi in gioco e superare alcuni problemi e conflitti personali. Mi ha fatto riflettere molto, sia in modo positivo che negativo, ma nel complesso mi ha spinta a crescere e a capire meglio i miei limiti e le mie risorse. È stata quindi un’occasione di trasformazione, anche se piccola, che mi ha lasciato qualcosa di importante.
L’esperienza allo Studio Orta Les Moulins ha avuto un impatto profondo sulla mia crescita personale e professionale. Mi ha messo di fronte a modalità di lavoro nuove, a volte complesse, che mi hanno portata a rivedere il mio modo di partecipare e di osservare i processi artistici collettivi. Ho imparato a gestire l’imprevisto, a riconoscere i limiti e il valore del proprio ruolo all’interno di un gruppo, a mantenere un atteggiamento aperto anche nelle situazioni di incertezza. Il confronto con artisti di grande esperienza e con compagne e compagni di percorso ha attivato riflessioni critiche sui temi dell’arte contemporanea, del conflitto e dell’inclusione, ma anche sul significato di collaborazione e responsabilità condivisa. Ne esco con una consapevolezza maggiore delle mie modalità di lavoro e del mio posizionamento come futura mediatrice culturale, e con il desiderio di continuare a esplorare forme di pratica collettiva e di ascolto reciproco.
La mia seconda esperienza di residenza si è rivelata profondamente diversa rispetto alla precedente, sia per la struttura che per il clima generale. Fin da subito ho percepito un assetto più disteso, con ritmi meno serrati e maggiore flessibilità. Questo ha contribuito a farmi sentire più libera di prendere i miei spazi, instaurando un rapporto più spontaneo e autentico con il luogo e con le persone coinvolte. Lavorare a stretto contatto con Lucy e Jorge Orta è stato un privilegio raro. La loro passione, la dedizione e la generosità con cui condividono il proprio percorso e i propri valori sono state fonte di ispirazione e motivazione continua. La loro arte incarna pienamente i temi portanti del progetto: l’ambiente, l’inclusione, la rigenerazione e la riflessione sulle tecnologie contemporanee. In particolare, ho sentito molto forte la dimensione dell’inclusione, grazie alla naturale apertura con cui hanno saputo coinvolgerci, mentre il rapporto con la tecnologia è apparso più marginale, pur presente in modo critico e ponderato.
Mi aspettavo un’esperienza faticosa, e in parte lo è stata, ma i momenti di serenità sono stati decisamente di più.
È stata la mia prima residenza artistica, se posso usare questo termine, e ha avuto un’impronta del tutto particolare.
In queste due settimane ho attraversato un’infinità di emozioni e di stimoli, positivi e negativi, ma soprattutto vivi.
La visita a Parigi che si è posta come intermezzo è stata illuminante e ricca di vibrazioni, essenziali per la mia crescita personale (e non solo). L’esperienza intera si è rivelata estremamente formativa: mi ha offerto strumenti nuovi, conferme importanti e la possibilità di rinnovare il mio sguardo sul lavoro.
Ci sono stati momenti di disorientamento e di confronto con i miei limiti, ma anche un forte senso di curiosità e di scoperta.
Questo contrasto mi ha permesso di capire meglio cosa mi muove e come voglio lavorare.
Questa residenza ha sicuramente generato numerose evoluzioni a livello personale ed artistico.
L’essermi trovata in questo contesto ha suscitato considerazioni autentiche sul mio ruolo e sulla mia identità.
Mi sono ritrovata a riflettere sulla complessità del lavoro condiviso, sull’equilibrio tra visione personale e collettiva, sulla necessità del confronto e sulla libertà creativa.
Al mio rientro ho percepito l’evoluzione del mio fare artistico, come esso si stia modificando ed ampliando grazie alla contaminazione costante e alla libertà che sento di aver acquisito. Infine, nonostante alcune criticità, percepisco come questa esperienza sia stata profondamente rigenerante: mi ha spinta a mettermi in discussione, ad accettare l’incoerenza come parte del processo creativo e a riconoscere il valore della dimensione comunitaria.
Il punto chiave di questa esperienza è stata la consapevolezza di poter davvero fare qualcosa per il mondo, anche quando sembra impossibile, quando la sfida appare più grande di noi come singoli.
Per farlo, però, serve costruire passo dopo passo, mattone su mattone, con l’aiuto di chi, per forza di esperienza, parla un linguaggio diverso dal nostro.
È stata un’esperienza molto intensa, nel bene e nel male: ci sono stati giorni in cui ho sentito il peso di non essere all’altezza di sostenere temi così importanti.
Oggi, però, sento che tutto ha avuto senso. Il legame creato con il gruppo di lavoro mi ha fatto comprendere quanto non si possa mai smettere di sperimentare rapporti umani, di quanto le storie di ciascuno possano inevitabilmente influire sulla tua, anche quando fino a un’ora prima sembravano non toccarti.
Questa esperienza, con le sue criticità e complessità, mi ha spinta a interrogarmi profondamente sul ruolo dell’artista nella società contemporanea e sul posizionamento, anche politico, che le scelte degli operatori culturali inevitabilmente comportano.
Mi sono resa conto di quanto ogni decisione, anche apparentemente neutra, porti con sé una presa di posizione rispetto alle dinamiche sociali, economiche e culturali del presente.
Questo mi ha portata a riflettere anche sulle mie scelte personali, sul modo in cui mi muovo all’interno del panorama culturale e su quanto io riesca ad agire con la giusta sensibilità nei confronti delle tematiche attuali.
È stato un processo di consapevolezza che, se da un lato ha generato dubbi e domande, dall’altro ha attivato un desiderio autentico di rinnovamento e responsabilità.
Credo che, solo attraverso questa riflessione critica e autocosciente, si possa dare valore reale all’azione artistica, trasformandola in uno strumento di crescita, non solo personale ma anche collettiva.
L’esperienza allo Studio Orta Les Moulins sicuramente è stata molto intensa ed incisiva sia a livello personale sia artistico espressivo.
È stato emotivamente molto forte ma questo mi ha permesso di riscoprire una parte di me, aperta all’affetto nei confronti degli altri e all’attraversare e accogliere tutte le emozioni, positive e non, sentite durante la residenza. Questo forte sentire e percepire emozioni e tanti stimoli sicuramente è stato incentivato dalla peculiare situazione in cui tutti ci trovavamo: il dover viver tutto il tempo insieme in un luogo meraviglioso e isolato.
Questo aspetto sicuramente ha comportato una crescita che probabilmente deve ancora prendere forma.
A livello artistico l’interazione con Lucy e Jorge Orta mi ha dato non solo molti stimoli ma anche sicurezza e speranza nel voler - ma soprattutto dover - affrontare temi attuali. È nostro dover in quanto artisti e vederlo applicato così fedelmente mi ha meravigliato e spronato.
Infine, osservare il loro modus operandi mi è stato di grande ispirazione.
Credo che quest’esperienza abbia contribuito alla mia crescita personale soprattutto nel segno del dubbio e del pensiero critico: sapere infatti di trovarsi a contatto con realtà già formate e di respiro internazionale ha portato – almeno nel mio caso – a partire con aspettative molto alte, che inevitabilmente sotto diversi aspetti sono state deluse.
Personalmente trovo però costruttivo quest’aspetto distruttivo: mi è stato utile anche a capire quali sono le strade che vorrei percorrere e quali invece preferisco lasciare da parte.
Dal punto di vista professionale, poi, sono rimasta molto soddisfatta di tutto ciò che gli artisti (inclusi regista e fotografo) hanno voluto generosamente condividere con noi, sia a livello di esperienze di vita e di lavoro che di competenze tecniche e prospettive teoriche (e questo l’ho riscontrato soprattutto nei tre giorni passati assieme a David Bickerstaff).
Altro aspetto decisamente positivo è stato il clima di collaborazione che si è creato tra noi studenti, sia dal punto di vista umano che interdisciplinare.
Gli incontri della prima settimana hanno stimolato diversi processi di pensiero, credo che ciascuno sia stato veramente rilevante non solo per il progetto ma anche per me a livello personale. Ho apprezzato moltissimo gli interventi di Thierry Boutonnier, più che altro nel modo in cui ci ha permesso di avvicinarci alle piante. La tematica delle piante intelligenti continua a riproporsi e credo che potrebbe essere un punto molto interessante da evolvere all' interno del progetto.
Anche l' interazione con Galleria Continua ha dato spazio ad alcuni temi interessanti; ha permesso di avere una finestra sul mondo della commercializzazione dell'arte e del suo mercato. Forse sarebbe stato interessante indagare di più con loro i temi del nostro progetto e approfondire le tematiche che noi dovremmo ricercare anche sotto il punto di vista del mercato e del sistema economico dell'arte.
Penso che la residenza sia stata una grande opportunità di vivere gli spazi in cui le opere d’arte nascono e prendono forma, confrontarsi con degli artisti professionisti e comprendere meglio il loro approccio e la loro sensibilità.
Non penso che mi abbia arricchito solamente dal punto di vista culturale artistico, ma anche sulle capacità di sentirsi un noi collettivo capace di creare e di costruire delle situazioni in cui inserirsi, comunicare e creare.
Questa esperienza mi ha permesso di conoscere nuove modalità di fare arte e museologia.
Mi ha portato a riflettere sulla relazione arte e comunità/territorio.
Ho avuto stimoli positivi e negativi, ho apprezzato il fatto si condividessero sempre i pasti, come momenti di dialogo e confronto.
Mi ha fatto riflettere sul mio futuro e come vorrei relazionarmi con gli altri in ambito lavorativo se dovessi trovarmi a dover gestire una residenza artistica.
Non ho apprezzato la modalità di "co-progettazione" e organizzazione della seconda parte della residenza.
Questa esperienza ha avuto un impatto profondo sulla mia persona, sia a livello umano che professionale.
Ho imparato quanto sia complesso lavorare in un contesto internazionale dove la collaborazione richiede non solo competenze tecniche, ma una reale capacità di ascolto, empatia e rispetto. Ho vissuto momenti di entusiasmo e ispirazione, ma anche un forte bisogno di spazio personale e di silenzio, spesso difficile da preservare in un gruppo che, pur parlando di libertà, fatica a praticare una vera inclusione.
Lavorare come assistente di Paul e osservare videomaker, fotografo e artisti professionisti mi ha dato fiducia nelle mie capacità e nel desiderio di crescere.
Ho capito che la professionalità non nasce solo dalla tecnica, ma dal modo in cui si custodisce l’energia propria e quella altrui. Alcuni episodi di mancanza di rispetto, di leggerezza nei confini e di superficialità nelle relazioni mi hanno fatto riflettere sul significato di “comunità artistica”. Credo che la convivenza non debba mai diventare un sacrificio dell’intimità, ma un incontro tra differenze consapevoli.
Questa residenza mi ha trasformata: ho imparato che la fragilità può essere una forma di forza, che la libertà non è fare tutto, ma poter scegliere con lucidità quando restare, quando tacere, quando ritirarsi per respirare. Porterò con me non solo ciò che ho imparato tecnicamente, ma anche una nuova coscienza del limite, del rispetto e del tempo necessario per pensare.
L'intera esperienza mi ha fatto capire che il medium che uso (il fumetto e le illustrazioni) è il modo che ho di esprimere e comunicare le mie idee.
Jorge con le sue parole è stato capace di fomentare la mia motivazione per costruire un futuro migliore per tutti.
Sono estremamente grato dell'esperienza.
La performance The Meal è stata anch’essa molto interessante. I miei compagni, insieme a Lucy, hanno organizzato una cena. Il tutto è stato deciso nei minimi dettagli ed è anche stato il momento dei ringraziamenti.
J. Orta: noi sempre dobbiamo trovare una piccola porta d'entrata più visibile. Da lì si può cominciare a costruire. Utopia fondatrice. Se noi non siamo capaci di rendere la pratica, di portare la realtà più reale e metterla in funzionamento, questa utopia è sterile. Capacità di strutturare un linguaggio con molte alternative di interpretazione, con molte porte di uscita per aprire dei campi personali. Teatro di operazioni. Non è il teatro della commedia, è il teatro della guerra.
12.07 Oggi è l’ultimo giorno; domani partiamo. Non mi sembra vero: sembrano passati due giorni e dodici mesi allo stesso tempo. Usiamo la giornata per visitare un festival medievale e riposarci un po’ in vista del viaggio del giorno dopo. Salutiamo il nostro pub di fiducia dedicandogli un karaoke di “Ma il cielo è sempre più blu”. A noi mancheranno; a loro, forse, non tanto.
Meaux Cattedrale Mercato Collane Campeggio Rimpianto Contenta
"Cuccurucucù"- Franco Battiato
A questo punto il percorso a Les Moulins era finito.
Mi sono data il permesso di dormire fino a tardi e, per cena, siamo andati in tanti a mangiare insieme fuori, come ultimo finale momento di condivisione prima di partire.
Tutto molto bello - quello che non ho capito penso che lo reincontrerò e lo reimparerò, penso - mi è piaciuto come eravamo inseriti in una collettività pazza, e sono belle le cose così, penso che ho un po’ di nuovi dubbi su alcune cose - forse anche il corpo può entrare nello spazio come lo fanno i flaconi di detersivo.
Una giornata dedicata alla ricerca del vero cibo umano.
Cucinare senza nemmeno accendere il fuoco e aggiungere le spezie con poca cura è un tradimento a Prometeo e agli zii contadini.
Viola ha confermato che sono un genio nella ricerca dei ristoranti: probabilmente è stata la cosa migliore successa in tutta questa residenza.
Faticosissimo giorno.
Dopo tutto quello che ho fatto oggi dormirò per una settimana.
Il team di The Meal è riuscito a portare a termine il proprio compito, agli altri è piaciuto e questo è tutto ciò che conta.
manipolazione analogica reperti danesi, processo di realizzazione elementi per identità visiva ART.it
Quest'esperienza è stata molto formativa principalmente per quanto riguarda il metodo. Lavorare a stretto contatto con artisti dalla lunga e consolidata esperienza mi ha permesso di comprendere il rigore necessario nella creazione di un’opera.
Ciò che più mi ha colpito è stata la particolare commistione tra calma e fiducia nel processo creativo, da un lato, e precisione e cura meticolosa, dall’altro, qualità che questi artisti incarnavano pienamente nel portare avanti i loro progetti. Ho avuto inoltre modo di osservare da vicino la realtà di un contesto lavorativo di alto livello, come quello di Galleria Continua, un ambiente stimolante e complesso che merita sicuramente di essere esplorato ulteriormente. Sicuramente, questa è stata un'esperienza a dir poco singolare nella prassi della creazione artistica, alternata da lunghe pause e rinfreschi che hanno reso il tutto più leggero e conviviale.